Galleria di Susanna Baumgartner

Tra, sequenze atemporali

La vita delle immagini è una pausa carica di tensioni tra l’immobilità e il movimento. Un movimento dialettico che viene colto nell’atto del suo arresto ( Stillstand, come scrive Benjamin). L’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora e il passato si rimette in movimento, ridiventa possibile.

Galleria di Brunella Di Giacinto

I volti … ed oltre
Non è facile passare davanti ad un volto ritratto da Brunella … e non restarne catturati. Al di là del tratto limpido, quasi dotato di luce propria, al di là delle segrete rispondenze che i colori intessono nel loro silenzioso dialogo, c’è un qualcosa che invita ad entrare, ad andare oltre la dimensione fenomenica di ciò che appare. Mi sono spesso chiesto quale sia quell’elemento inafferrabile che fa la differenza tra un volto senz’anima, da uno che la traspira. Forse è ciò che distingue un corpo senza vita da un corpo vivente, che respira, che ha … anima, appunto. Gli elementi costitutivi sono gli stessi, ma c’è un quid che li configura trascendendoli e a cui, non a caso Platone ha attribuito il senso della trascendenza. Ma quel “fare anima”, per riprendere un’espressione cara a James Hillman non implica un andare oltre dimenticando la materia da cui nasce. E’ come illuminarla di un riflesso che la fa essere se stessa. Un qualcosa che è più della somma dei suoi elementi costitutivi, come si dice della gestalt, un indirizzo nelle discipline della percezione e del potenziale umano nella quale ho avuto la fortuna di essere partecipe nel percorso formativo di Brunella. Il mio non può essere quindi un giudizio del tutto obiettivo – se pure può aver senso una tale attitudine in una operazione che non può che intrigarci appieno nella nostra soggettività – e non sono neppure un critico d’arte. Sono uno che, come tanti, si sente attratto – a volte con forza, quasi con ineluttabilità – ad entrare in quell’oltre, in quella quiddità che ha il sapore dell’anima dei volti che Brunella ci offre.
E’ uno sguardo assorto, una sospensione della coscienza tra un mondo di fuori ed un mondo di dentro, un ripiegarsi dell’anima sull’emozione allo stato ancora indistinto, un affacciarsi a spazi di silenzio dove il respiro sembra fermarsi, un interrompere il fluire del quotidiano per afferrare il sapore dell’esser-ci … un gesto inconsapevolmente meditativo che Brunella sa cogliere nella  misura in cui, probabilmente, sa anche contagiare il suo personaggio del suo stato d’animo … attento a coglierne la natura più intima e che solo si rivela nel silenzio dell’ascolto, anche visivo.
Dove Brunella abbia trovato questa retina acchiappaanime – un po’ come quelle dei bambini pellerossa per acchiappare i sogni – non sono riuscito a farmelo dire. Forse … non lo sa neppure lei.
Riccardo Zerbetto

L’arte sarebbe dovuta essere la mia strada, come avrebbero voluto i miei genitori. Forse lo sarebbe anche stata, se non avessi sentito la chiamata alla psicologia (per sopravvivere?).
Così ho pensato bene di fare dell’arte la mia risposta alla vita, compresa la psicologia, probabilmente anche scegliendo la Gestalt.
Sono nata in Sardegna. Vi ho vissuto 14 anni, e poi altri 14 in Sicilia. Qui ho frequentato il liceo artistico, dove promettevo un futuro da scultrice. Invece ho scelto di laurearmi. Mentre studiavo psicologia, ho fatto l’attrice e per certi versi credevo l’avrei  fatto per sempre. Studiai anche drammaterapia, ero appassionata. Il teatro (insieme alle le mie nevrosi) mi portava via molto tempo, ma riuscii a laurearmi.
La conoscenza del disegno, l’esperienza sulla scena e lo studio della drammaterapia mi sono poi serviti nelle mie esperienze di insegnamento, la prima fu in carcere, a Palermo.  Capii subito che l’arte non sarebbe stata parte della mia vita, in qualunque forma.
Arrivata a Milano, dopo la laurea, a parte qualche spettacolo, non coltivai più il teatro come attrice, ma lo usai cospicuamente nell’insegnamento e nella conduzione di gruppi, soprattutto negli anni della specializzazione in Gestalt Therapy.
Il disegno ha continuato a far parte della mia espressività. Questi disegni a pastello raccolgono momenti del percorso di specializzazione; li ho realizzati durante le lezioni, o nei seminari residenziali: ho raccolto sguardi perplessi, sarcasmo dei docenti, battute bonarie, complimenti, rimproveri. Ho prodotto rumore, residui di matite temperate, sporcizia, ma anche dolci ricordi, ed esperienze mie interiori intense.
Oggi uso l’arte nel lavoro clinico continuamente, sia in quello individuale che di gruppo, oltre che nella formazione. Trovo davvero, come scrive Ginger, che la psicoterapia sia un’arte e come tale si impone nella sua estetica immediata e rivelatrice. Nello stesso tempo, l’arte intesa come modalità espressiva può farsi spazio nel lavoro clinico come luogo della magia e della trasformazione.
La mia tesi
Sono sempre stata ossessionata dalle tematiche sul significato in relazione al significante, su cui ho scritto la tesi di laurea (Arte e Psicoanalisi: verso l’Arte e la Psicoanalisi come processi inversi di conoscenza ermeneutica).
Adesso voglio approfondire il tema della magia nell’arte e nel mito. Magia come uno dei fondamenti dell’esistenza, che è infarcita di immaginario e di trame simboliche-mitiche e che si esprime nella persona in modo unico.
La mia ipotesi è che ogni individuo porta con sé una propria questione fondamentale, scritta nel nucleo essenziale dell’identità ed espressa attraverso fili di materiale simbolico a metà tra il sogno e la veglia.
Tale essenza, nucleo fondamentale, è la struttura basilare del soggetto quale gestalt esistenziale,  che si simbolizza nella poetica soggettiva e nel modo di essere-nel-mondo. Essa è unica ed irripetibile, eppure universalizzabile nell’arte.